Incontro a cura di Stefano Tomassini, studioso e Prof di studi di danza a IUAV.
Non può esserci stato un mondo prima di Bach. Lo scrive il poeta svedese Lars Gustaffson. Eppure, la stessa musica di Bach è stata ripensata nel Novecento a partire dalla coreografia: come una questione politica di resistenza, e di poesia. Nicolas Nabokov ha apostrofato come uno zoo l’incontro tra danza e musica nel primo Novecento, in cui l’idea del passato è un supplemento della storia. Se Luciano Berio, ancora nel 1981, considerava il ritorno a Bach «legato alla riscoperta della dimensione pratica del fare musica», nel 1987, ossia due anni prima della caduta del muro di Berlino, John Cage invitava a «lasciar perdere Bach» poiché musica incapace di rappresentare la complessità del tempo contemporaneo. Ma l’anno prima, Steve Paxton aveva liberato decisive improvvisazioni di movimento sulle Goldberg Variations nella versione per pianoforte di Glenn Gould, realizzando di fatto uno dei più consapevoli incontri tra danza e musica nella cultura performativa del Novecento. L’anno dopo, inoltre, uscirà un importante libro di filosofia della musica: Matthäuspassion di Hans Blumenberg. In entrambi i casi, la vitalità della musica di Bach è restituita alla vita del futuro. Esiste, dunque, un “caso Bach” che proprio nella prassi coreografica rivela una rinnovata, certamente inedita, percezione culturale del suo mondo musicale. Infatti, i maggiori coreografi contemporanei ritrovano, nelle partiture bachiane, nuove ragioni per la loro ricerca di innovazione. Da William Forsythe a Hans van Manen, da Jiri Kylián a Nacho Duato e Virgilio Sieni, la percezione di una molteplicità di piani sonori differenti nella maestria del contrappunto bachiano si traduce in un accesso più vero all’idea di pluralità dell’epoca contemporanea.