MARY 李/瑪麗 LI di Chih-Chia Huang
Un solo ispirato alla città di Londra, emblema di incontri e stratificazioni culturali, che indaga il multiculturalismo contemporaneo attraverso il personaggio di Mary. La creazione attraversa linguaggi, identità e soglie di incomprensione tra culture diverse, interrogando il concetto di terra natale come possibile nucleo identitario, profondamente iscritto nei corpi e nelle memorie, tra sogno, spaesamento e desiderio di appartenenza.
RAVEN + LIGHTS di Shi-Hao Huang
Raven esplora il delicato equilibrio tra protezione e libertà. Ispirata ai simboli mitologici del corvo, l’opera racconta relazioni emotive attraverso un intenso dialogo fisico tra due performer. Gesti rapidi e momenti di sospensione, movimenti fluidi e potenti evocano una dimensione sospesa tra separazione e connessione, trasformando il palco in uno spazio emotivo. Un’esperienza visiva e sensoriale che lascia un segno profondo che va aldilà di ogni parola.
In Lights la danza diventa scudo, ricerca e rituale del divenire. Sul palco prendono forma le molteplici sfaccettature che una personalità può assorbire. L’artista in scena esplora il delicato equilibrio tra emozione e responsabilità, istinto e norme sociali. L’emozione, in dialogo con l’ambiente, genera difese instabili e frammenta il sé, rivelando la tensione che si crea nell’attrito tra protezione e trasformazione.
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Progetti nati grazie alle residenze internazionali di NID Platform 2024 in collaborazione con il Shinehouse Theatre / Want To Dance Festival di Taipei e sostenuti dal Ministero della Cultura di Taiwan e dalla Divisione Culturale dell’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia.
Le uniche date italiane sono il risultato di una programmazione congiunta tra Festival Danza in Rete – Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza e Orbita Spellbound.


Traduzione del testo contenuto nella performance MARY 李/瑪麗 LI :
Dovremmo celebrare, anche se potrebbe essere colmo di tristezza e dolore?
Chiesi loro di suonare la musica più popolare del momento quando sarebbe giunto il mio tempo, anche se le melodie provenienti dai ricordi più profondi erano le mie preferite.
Dopo aver attraversato tutti i rumori dell’umanità e l’interpretazione drammatica fatta di inciampi e cadute,
in qualche modo ciò che all’inizio sembrava fedele all’origine pura avrebbe dovuto trasformarsi in una nuova descrizione; forse riuscivo a coglierne la differenza appena arrivato, ma prima o poi non ci riuscivo più.
Un giorno uno dei miei denti si ruppe improvvisamente, forse perché la radice si stava deteriorando da chissà quanto tempo: non ci fu bisogno di forze esterne, come le fredde pinze di metallo; si spezzò di colpo, lasciando solo la radice marcia, conficcata in profondità nella gengiva.
Fui io stesso a romperlo un giorno, senza rendermene conto. Con i miei passi incerti sospesi sull’oceano e il bagaglio che affondava, dovetti sempre stringere i denti. Faceva male alla radice, ma ci ero abituato; col tempo si deteriorò, nel punto più profondo della polpa. La radice più salda, la più difficile da rimuovere, con il sistema più complesso: poteva solo decomporsi dall’interno e diventare materia in putrefazione. Dopo, potevo contare soltanto sul suo odore.
Forse non è stato per questo che ho perso la voce, o forse un giorno l’ho semplicemente dimenticata, oppure ho scelto di restare in silenzio. Come si diventa una voce distinguibile, capace di farsi sentire oltre le onde rumorose? Forse il silenzio è la voce più forte, quella che riesce a esprimersi senza trattenersi.
Un tempo, mi sono sforzato tanto per camminare al loro fianco, parlare come loro e vivere la stessa vita, ma in qualche modo tutto si sgretolava a ogni passo verso quel futuro in cui dicevano ci sarebbero state luci.
Mentre le immagini e i suoni intorno diventavano sempre più numerosi, chiari e vividi, allo stesso tempo tutto si faceva più fioco e sfocato.
Ci stavamo allontanando lungo il cammino alla ricerca della nostra origine, dove avremmo dovuto incontrarci nella stessa destinazione.
E abbiamo perso anche ciò che volevamo davvero dire, mentre cercavamo con fatica di completare correttamente la frase.
Quando le cose svanirono nella luce, e i suoni si dispersero, rimasero solo i battiti del cuore come sussurri e il freddo del sangue che si spegneva.
In quel momento probabilmente compresi qualcosa:
non era la nebbia o la foschia densa, né le parti mancanti tra una traduzione e l’altra, né la cattiva pronuncia, né i volti e le pelli estranee;
ma il fatto che ognuno di noi vive nel proprio sogno, forse confortevole e luminoso, ma senza luce del sole.
Un sogno che blocca la dura realtà esterna: la luce del giorno che brucia la carne, le notti oscure che imprigionano gli spiriti della vita.
E forse abbiamo sempre vissuto con paure eterne, vagando su una terra natale alla quale non potremo mai più tornare davvero alle nostre radici, finendo per trasformarci in cenere destinata a svanire, senza lasciare altro che il vuoto alla fine della vita.